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"...what Lucaleo said...""..I sat upon the shore fishing, with the arid plain behind me. Shall I at least set my lands in order? - These fragments I have shored against my ruins.." (T.S. Eliot, The Waste Land)
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July 03 Guardandomi intorno Non è il mondo a cambiare: il mondo è sempre lo stesso. E' quello che c'è dentro che, invece, è sempre più piccolo. July 01 Come tutto velocemente cambia Ancora sospeso tra cielo e terra, credo sia giusto tenere sospeso anche il giudizio: ma fino a un certo punto. Come tutto velocemente cambia! Non basta nemmeno programmare tutto per filo e per segno, l'Imprevisto sta sempre alla porta e spesso bussa.. "Ecco, io sto alla porta e busso.." Cambiano tutte le cose proprio perchè le cose sono fatte per cambiare, e non per restare immobili nel tempo. Nè deprecare, nè gioire: bensì è un prendere atto della vita della vita. Quanti progetti, quante immagini già prematuramente abortite! Sogni fallaci: "Il sonno frequenta cupe compagnie fuori dalla vita; sopra i dormienti fluttua il pensiero in decomposizione, un vapore vivo e morto si combina con il possibile che forse, in qualche modo, pensa nello spazio. Da qui i grovigli." (V. Hugo, L'uomo che ride) E mi ritrovo qui a sputare su quello che ieri era sacro e inviolabile: non per rabbia nè per ira, ma solo perchè la polimorfa stella (o ameba) marina ha decretato così. Come è tenuto a distanza tutto ciò di cui ieri si indovinava perfino l'odore più proprio! Ed è proprio questo che colpisce, è il "delta", la variazione l' " N₂- N₁", per capirci. E' l'escursione il problema. Passaggio brusco che compie tanta strada in tanto poco tempo: stordirebbe chiunque. La mutevolezza di questa realtà non lascia spazio a punti fermi: dovevano essere due campi e mancherà il secondo, dovevano essere cinque esami e mancherà probabilmente l'ultimo, doveva essere il campo della depressione e della delusione garantite, è stato il Campo delle arrabbiature ma anche di numerose piccole soddisfazioni, prima fra tutte quella del sorriso che rimbalzava tra tutti con parvenza di caleidoscopio. In mancanza di saldi appigli, l'occhio va a stanare un piccolo pensiero che si fa strada sgomitando veementemente e che sa quasi di certezza: i desideri (al pari dei consigli) sono pericolosi. Non parlo di quelli grandi, ma di quelli gracili eppure sufficientemente potenti da mutare il corso degli eventi. Il desiderio è un grande potere, come lo è il sogno: "Ogni realtà è il sogno di un'altra, ed ogni dormiente un dio inconsapevole". Desiderare è potere, è voler volere, ed una tale forma di energia non può che sfociare oltre il velo, qui dove Tutto e il Contrario-di-Tutto si giocano la partita con dadi (truccati, per fortuna). Messi da parte i sollazzi e i risi di una brevemente felice età dell'oro, torno a piaceri ed a impegni di una "più verde etade", realtà reali che raccolgono quotidianamente la sfida del tempo risultando ancora vincitori. E' tutto molto crepuscolare, il "ripiegamento su se stessi" di Gozzano, Moretti e Corazzini; ma qui non si tace perchè non si ha niente da dire, bensì si ritorna all'essenza delle cose più intime, che profumano di buono e di vero, che parlano come facevano un tempo mentre solleticano intelligenze dal viso amico.. June 22 Ed io chi sono? Parlo del giorno ma è già notte. Dirò dello sconcerto di fronte alla pratica semplicità con la quale le cose si rompono e magicamente si ricostruiscono di lì a poco; dirò del forte disagio per tutto, anche per le cose più banali, e del muro che c'è e si vede; dirò di mondi che girano e girano senza una mèta precisa, per il solo gusto di girare e di far girare. E' nella natura insita delle cose il manifestarsi così come esse sono, e non altrimenti: obbligato dalla realtà, mi trovo anch'io costretto ad applicare rigidamente la "dottrina del fatto": ed i fatti parlano chiaro. Lasciando parlare i fatti si ascoltano argomentazioni chiare e lucide, impossibili da travisare, le cui conclusioni sono senza appello. E il giudizio che ne deriva non è affatto lusinghiero, poichè a tutto c'è una spiegazione ma fino a un certo punto. Per quanto ci possiamo isolare dal mondo (solito rovente capo d'imputazione, ndr) siamo vincolati a muoverci secondo traiettorie che accarezzano la sfera terrestre: ed è malinconicamente ironico che, partendo da un punto e volendo andare dritti per la propria strada, il punto più lontano che possiamo raggiungere è proprio quello da cui siamo partiti. E' tutto un grande circolo, davvero un eterno ritorno. Vi è anche un'altra ipotesi ancora più drammatica: può anche darsi che ciò che cerchiamo si trovi proprio al centro della terra, e tutte le nostre peregrinazioni (la sfera per l'appunto è composta da punti equidistanti dal centro) che ci trasmettono un'illusoria ebbrezza di movimento e di attività siano in realtà un innocuo raschiare la superficie senza avvicinarsi di una virgola alla vera mèta. Tutto molto bello, davvero. Mi trovo a pensare tante cose: tra le tante riporto solo quella del momento, sintetizzata da una frase di Cesare Cremonini in una canzone di un pò di tempo fa. "Cerco qualcosa di raro", diceva. Forse non mi si adatta bene il "cerco", il confine tra attività e passività è spesso confuso. Ma di certo c'è la mancanza di "qualcosa di raro", qualcosa che adesso, in fondo, non c'è assolutamente. Mi sta tutto troppo stretto, è evidente e non è una novità. Ed anch'io non posso sottrarmi a quella particolare caratteristica secondo cui le persone capiscono il vero valore delle cose soltanto in loro "absentia". La conca ternana (e non quella perugina) è più calda dalla periferia: l'aria accarezza e non ferisce, la conoscenza del nido dà sempre sicurezza. Ma anche qui il bozzolo comincia ad usurarsi, preme perchè è tempo di abbandonare questi tetti ed i loro ciarlieri abitatori. Chiacchiere vuote, chiacchiere senza senso, parole che stanno lì come cartoni posticci, temporanei, appiccicati perchè alla fine è così che si fa. Parole fàtiche, che si bruciano per lasciare il canale aperto quanto basta. Ma quanto basta per cosa, alla fine? La strada del diamante è bella ma pericolosa: è lucida ed affilata come una lama, graffia e scarnifica chiunque sia abbastanza folle da incamminarcisi. Ma la pelle si rimargina facilmente, la corazza si fa pian piano più dura, la scorza diviene inespugnabile. E quel giorno riderò. Arrivederci a tutti quelli che ho ancora la possibilità di vedere di persona.. Ciao June 16 "Ricorda la mia ultima, Petunia"Giusto due parole a denotare quella che dovrebbe essere la mia ultima notte (per quest'anno accademico) qui a Perugia. Scontato dire che sembra ieri che scaricavo le borse e sistemavo i libri sulle mensole: "la vita fugge e non s'arresta un'ora", tanto per ricordare uno dei più significativi personaggi di questo primo anno (e non solo).. Ma non è ancora tempo di incamminarsi su quel sentiero: l'appuntamento è alla conclusione degli esami.. E domattina si balla in Aula Magna!! :) A proposito.. buonanotte! Tra Pirati, Leopardi e AkallabêthE' collaudato che scrivere con sotto la colonna sonora del terzo film di Pirati dei Caraibi (Ai confini del Mondo, o At World's End ) è fantastico... Chiusa questa (se vogliamo estemporanea) introduzione, mi accingo a spendere qualche parola su un argomento sempre vivo e che ci tocca da molto vicino. Inizio richiamandomi a precedenti illustri, ad un'auctoritas che cade proprio "a cecio", come dice certa gente.. Disturbo, quindi, il quasi-cognonimo (non esiste come parola eh) Poeta per evocare (spero) la sensazione desiderata: (cioè queste musiche sono proprio bellissime..) Non vuole essere l'ennesima tirata sulla caducità dell'essere e sull'aspetto transeunte delle esperienze umane, ma una semplice constatazione personale. Gli imperi cadono e si inginocchiano nella polvere, dove rimangono indisturbati per l'eternità; le grida che un tempo scuotevano la terra e l'oceano sono ridotte ad un flebile ronzìo, presente solo nel cervello di chi si ostina a ricordare. Mi pare doveroso ricordare anche cosa ne pensi Joyce nel meraviglioso The Dead che chiude la raccolta The Dubliners: "..the solid world itself, which these dead had one time reared and lived in, was dissolving and dwindling..", dice Gabriel mentre fuori dalla finestra la neve derubava il mondo dei suoi colori. Non è bello ritrovarsi a stringere in mano un mucchietto di polvere: anzi, T.S. Eliot ne fa quasi un paradigma di terrore: "I will show you fear in a handful of dust", "vi mostrerò la paura in un pugno di polvere" dice nell'insuperata The Waste Land. E se l'intento di Eliot era abbastanza iperbolico, pur non essendo terrore vero, la sensazione che si prova a tenere arida polvere tra le mani non è affatto piacevole, specie se un tempo quella polvere era tutt'altro che secca ed inerte. La nostra storia è una storia di continue cadute. Oggi leggevo il Paradise Lost di Milton e mi sono accorto che il tema della caduta, così fondamentale e importante nell'opera, non è lontano da quello che riflette Tolkien nel suo Silmarillion: il tema della "katastrophè" , di quella che Tolkien chiama "Akallabêth" in Adunaico o "Atalantë" in Quenya. Ed il nostro andare avanti è un continuo cadere giù dalla via, uno sprofondare dal quale non si risale mai completamente; mi piace definirla "scrematura" (per evitare di doverla definire "selezione naturale"), un setaccio impietoso eppure necessario tramite il quale è possibile pianificare la risalita. Nulla avviene a caso, nulla va tralasciato, nulla va lasciato andare a perdersi tra le pieghe del tempo passato: sarebbe come lasciar cadere un sassolino tra gli ingranaggi di un motore, a poco a poco incepperebbe tutto il funzionamento della macchina. Alla luce di tutto ciò nessun evento può essere considerato insignificante o talmente piccolo da non essere considerato per il suo effettivo valore: e si badi bene, "l'uomo è misura di tutte le cose", quindi nessuno può dirsi esclusivo depositario del valore effettivo di un qualsiasi evento; questo deve essere chiaro. Nel computo generale ogni cosa deve avere il suo posto, ogni cosa va ricordata e considerata. Non ci è stata data una memoria soltanto per insultarla attraverso le nostre (vere o false non lo so) leggerezze mnemoniche. (Bene, nel frattempo Hans Zimmer & co. sono stati sostituiti da Mika con Happy Ending: anche questa notevole davvero!) E che sia davvero un happy ending, che prima o poi anche le nubi più tenaci lascino il posto alla luce preziosa! Qui dal Mondo-che-non-c'è è tutto... Buonanotte! :) June 14 "Forse perchè della fatal quiete tu sei l'immago..." Mi prendo con la forza un momento riservato ad un pò di scrittura taumaturgico-palliativa, e non è un caso che sia proprio la sera a riproporsi come occasione privilegiata per fermare il cronometro ed immergermi nella vasca di mercurio. Sperimento ultimamente quanto sia importante riordinare tutti i pensierucoli per ricomporli in un quadro di abbozzato senso compiuto. Ho constatato che la situazione mi sta sfuggendo di mano, ammesso che esista un'età dell'oro nella quale tutto era sotto controllo. Me ne avvedo nelle piccole come nelle grandi cose: dai treni fuggiti lontano, dei quali resta a malapena qualche brandello fumoso che aleggia a mezz'aria, alla memoria che inizia a fare cilecca, lei che è la mia "ultima dea". Tante cose, davvero. Forse troppe ma non credo. Poi c'è chi ti viene a dire che anche se il momento è cerebralmente intenso bisogna sempre restare allacciati con i legami terreni, perchè alla fine l'importante è che "sempre allegri bisogna stare, che il nostro piangere fa male al re, fa male al ricco e al cardinale, diventan tristi se noi piangiam"... Mah! I Delta rimangono sempre. Le variazioni, le differenze, la lunghezza che distanzia i due binari.. permangono sempre, una volta innestati proseguono per la loro strada con un ritmo stilisticamente perfetto. E così chi è più avanti resta più avanti, ma allo stesso tempo resta più dietro in quelle cose per cui è sempre stato più indietro. Non posso non complimentarmi con la regia per l'eccezionale sceneggiatura puntualmente riproposta: perchè alla fine dei giochi tutti noi siamo quello che qualcuno è già stato prima di noi, quindi c'è un "qualcuno" (fittizio o reale) al quale tutto converge. Pur nella forzata oasi mentale, la "grevitas" delle urgenze contingenti continua a farsi pesantemente sentire. Non c'è tranquillità nè riposo, non c'è pace al di là dell'ordinato susseguirsi delle onde, non c'è orizzonte che vada più lontano di 4-5 giorni. Non c'è rifugio nè via d'uscita, poichè l'uscita di sicurezza sta nascosta proprio in fondo in fondo, per giungervi occorre attraversare tutto il baratro in lungo e largo: bisogna scendere all'infinito per piantare le radici dell'uomo nuovo, e non si scende mai abbastanza. Ed è tutto come per Prometeo. La maledizione è la rapida capacità di rigenerazione di Promethéus, "colui che riflette prima", benefattore umano condannato dal cielo senza appello. L'impresa è grande, come grande è la giusta pena: e può darsi che stavolta non passi nessun Eracle od alcun Kirone a dardeggiare a morte l'aquila straziatrice. Tuttavia, quasi per contrappasso, non ho alcuna difficoltà a trovare in giro qualcuno che sia disposto a sparare all'Albatros-guida. Alla fine ci si alza la mattina solo per tornare a coricarsi al calare della sera.. E non c'è proprio modo di fare ordine: la via dovrà attraversare le terre desolate del caos fino a nuovo ordine.. "...a me sì cara vieni, o sera..." June 13 "...e qui sono sempre l'ultimo a sapere (o a capire) le cose!""Tempora mutantur, et nos mutamur in illis": così Ovidio, manco a dirlo, nelle Metamorfosi, ad evidenziare (casomai ce ne fosse ancora bisogno) che la trama di seta si dipana come acqua addormentata tra le mani di chi la porta con sè. E in un palcoscenico dove tutto dura quanto una candela in una tempesta di vento, risulta legittimo opinare ancora una volta il rapporto apparenza-realtà: e quanti potrebbero allora essere gettati nel calderone! Ma le mie parole hanno pretesa di essere "lenti" attraverso le quali sia fluidificata la fuga verso Iperuranio. Chè qui, dove niente si crea nè si distrugge ma tutto si modifica, potrebbe darsi l'occasione in cui l'abitudine protettiva e preventiva svolga il suo compito in modo inappropriato: a volte potrebbe capitare che quello che appare sia veramente quello che è, che il pozzo stellato non sia poi profondo come si crede, che il valore semantico si esaurisca "in litteris" e non vada ricercato troppo al di là. Ma come fare a decidere? Ci vorrebbe una boa, una lanterna con tanto di campana, un faro, un qualsiasi segnale di valenza univoca: tale chiave di volta basterebbe a costruire la pettinata schiera dei corollari per edificare un solido ponte di indubbia utilità. Restiamo fiduciosi in attesa di questo salvagente, grazie. Occorre anche, con ormai decisiva urgenza, dare un espressione pratica ed oggettiva alla matassa temporaneamente stipata non si sa bene dove, riflessa nella pallida filigrana di questi scritti che non esistono: ogni tanto c'è bisogno di afferrare qualcosa non solo con la mente, ma anche con le mani, tra pagine che siano non solo cerebrali ma anche cartacee. Perchè tutto è metafora, e forse la metafora della metafora riesce a rendere conto della fuga dal reale meglio di quanto non si creda, anzi probabilmente è in grado di gettare luce su se stessa come nessun'altra cosa. Perchè dopo essere scappati dal reale ed aver fissato l'approdo tra le nuages del mondo superno, non v'è altro rifugio dove cercare riparo se non la contrada tanto frettolosamente abbandonata. Tesi, antitesi e sintesi, per dirla con altre (e più celebri e più abusate) parole. Percorsi contorti e devianti, vie ventose e trafficate.. ma l'esito non può essere che il ritorno in se stessi. E in fondo, questa è una notizia confortante.. "...la ragione non abita più qui..." :) June 09 Onore del guerriero "Verrà il giorno in cui il guerriero affronta una battaglia che non può vincere. E saluterà quel giorno come ha sempre fatto con tutti gli altri." June 05 Dove ho visto teEh eh.. prima o poi ce la dovevo mettere! E le mie gambe han camminato tanto E la mia faccia ha preso tanto vento E coi miei occhi ho visto tanta vita E le mie orecchie tanta ne han sentita E le mie mani hanno applaudito il mondo Perchè il mondo è il posto dove ho visto te Dove ho visto te Dove ho visto te E le mie ossa han preso tante botte E ho vinto e perso dentro tante lotte Mi sono steso su mille lenzuola Cercando il fuoco dentro una parola E le mie mani hanno applaudito il mondo Perchè il mondo è il posto dove ho visto te Dove ho visto te Dove ho visto te E c'è una parte dell'America Che assomiglia a te Quei grandi cieli senza nuvole Con le farfalle e con le aquile E c'è una parte dentro all'Africa Che assomiglia a te Una leonessa con i suoi cuccioli Che lotta sola per difenderli E le mie braccia hanno afferrato armi E tanta stoffa addosso a riscaldarmi E nel mio petto c'è un motore acceso Fatto per dare più di quel che ha preso E le mie mani hanno applaudito il mondo Perchè il mondo è il posto dove ho visto te Dove ho visto te Dove ho visto te E le mie scarpe han camminato tanto E la mia faccia ha preso tanto vento E coi miei occhi ho visto tanta vita E le mie orecchie tanta ne han sentita E le mie mani hanno applaudito il mondo Perchè il mondo è il posto dove ho visto te Dove ho visto te Dove ho visto te E c'è una parte della mia città Che assomiglia a te Quella dei bar con fuori i tavolini E del silenzio di certi giardini E c'è una parte della luna Che assomiglia a te Quella dove si specchia il sole Che ispira musica e parole Baciami baciami baciami Mangiami mangiami mangiami Lasciami lasciami lasciami Prendimi prendimi prendimi Scusami scusami scusami Usami usami usami Credimi Salvami Sentimi E c'è una parte della vita mia Che assomiglia a te Quella che supera la logica Quella che aspetta un'onda anomala E c'è una parte in Amazzonia Che assomiglia a te Quelle acque calde e misteriose Le piante medicamentose Title (required) Ancora una volta saltano fuori innumerevoli triadi che chiedono di essere pazientemente dipanate, se non fosse che l'unica necessaria sia quella del "cominciamento", al momento assente. Ma si può iniziare a ripercorrere la corrente anche dal più modesto rigagnolo, risalendo infine ai grandi moti che agitano i fiumi, il mare, la terra e il cielo. Il "bulk", il nucleo, di questo scrivere voleva e vuole essere una riflessione (manco a dirlo) sulla comunicazione (in senso ampio), sull'"Augusta" linguistica semiologica (in senso stretto) e su tutto quello che conta (in senso lato). In ambito comunicativo ci si presentano due parametri di differenziazione: il primo è quello dell'intenzionalità comunicativa. In poche parole, non tutti i segni producono comunicazione in senso stretto, anzi non tutti possono essere propriamente definiti "segni". Una prima discriminante è proprio l'intenzionalità comunicativa, ovvero la presenza/assenza dell'iniziativa da parte dell'emittente di instaurare un'interazione comunicativa con il ricevente. Quando questo carattere è assente, si parla di un semplice e neutro "passaggio di informazioni", non dissimile dall'inferenza che ricaviamo dall'osservazione delle orme sul terreno o di uno sbadiglio. In sostanza, quindi, la comunicazione vera e propria presuppone intenzionalità. -..prima riflessione..- Il secondo parametro, che completa la restrizione del concetto di comunicazione, riguarda il codice utilizzato nell'azione comunicativa: non si ha comunicazione vera e propria, cioè, non solo dove non vi sia l'iniziativa intenzionale da parte dell'emittente di produrre un segnale, ma neanche dove tale iniziativa non si espleti mediante il ricorso ad un codice definito, preesistente e condiviso. -..seconda riflessione..- Ne deriva dunque una definizione della comunicazione come trasmissione intenzionale di informazioni mediante un codice. E questo è quanto: meditate, gentes... Mi riprendo un attimo da questa apnea asettica (ma è asettica davvero?) in nome della Poesia. La struttura è chiara, ben definita, tutto sommato semplice. Pinnacoli e contrafforti sono numericamente ridotti all'osso, si contano sulla punta delle dita: e proprio come le dita di una mano, ognuno è diverso, ha una sua durata ed un suo canale che lo congiunge all'unità del palmo. Ogni dito ha la sua funzione naturale, sta lì apposta per quello, e la funzione passa proprio attraverso il canale particolare di ciascuno: ogni canale ha il suo codice, ha la sua forma d'essere, ha le sue consuetudini più o meno sentite e motivate. E dunque nessun dito può sostituire un altro dito, chè la fisiologia omnia del sistema ne verrebbe a dir poco alterata. Allora le dita continuano a battere le mani, che è la cosa che possono fare tutte insieme, producendo col suono quell'univocità (sempre relativa, s'intende) a cui sono vocate, chiamate. Fingers don't know each other, but the hand knows each of them and they know the hand. That's actually enough. Ha ricominciato ad annuvolarsi (ma chi poi?), e Hugo suggerisce che spesso l'oscurità non scenda dall'alto ma piuttosto si protenda ansante dalle nostre "mute vie".. dice poi che questo tempo barcollante durerà per tutta l'estate: tutto sommato è solo un'altra altalena con la quale fare conoscenza! 2 su 5 sono andati, mentre gli altri 2 (o forse 3 addirittura!) sono ancora più o meno lungi da qui.. Sarà una luuunga estate, I know.. :) Shantih shantih shantih June 02 Riti di transizione E così è finito anche Maggio, placidamente, si è spento con la discrezione e la compostezzadi chi sa che non si disturba perchè il silenzio è d'oro, e poi non si sa mai. Coraggio, che dopo Aprile viene Maggio, e dopo Maggio viene Giugno. E Giugno è bello, è la potenza di Maggio che diventa silenziosamente atto tra i profumi della sera ed il cocente sole mattutino. Se Maggio è l'inizio della Fine, Giugno è la Fine già avviata che avanza verso se stessa, che prende coraggio per ogni secondo che passa, che inizia a chiedere conto delle Promesse di Primavera attraverso aspetti ed eventi inequivocabilmente "parlanti": a modo mio, è l'ora di fare sul serio. Giugno 4 esami e un campo, Luglio un esame e un Campo: è la verifica, la prova del nove, la scrematura ultima, l'albero delle risposte. Pur nella sua unicità storica, questo periodo è sempre uguale e identico a se stesso, specie dall'anno scorso in poi. E la prova è sfida, è verità, è scansare un attimo il Velo di Maya per capire se si è degni di sostenere la vista della Luce o se si debba ancora attendere un momento migliore. E la morte è la sfida, è la verità, è l'attimo nel quale si è soli con se stessi come non mai. E mi piace pensare che mi piacciono tutte e due: sempre stato attirato dalla prova, sempre stato convinto di avere qualcosa nel sottofondo del barile, una mina vagante pronta a sconvolgere il freddo calcolo; non attirato dalla morte, ma affascinato si. Come potrebbe essere altrimenti? Ahh, il Mistero... Anyway, ormai sono scadute anche le prime 24 ore di Giugno, il che significa "domani due esami": cosa affatto affascinante è tutt'altro che velata da una patina scintillante di mistero.. :) Saluto Maggio, mese intersezione di molte cose: mese di Maria, mese dei primi caldi consistenti, mese dei quasi 40° C, mese dei verdetti, mese di tanti conti alla rovescia, ultimo traghettatore che mantiene viva una certa memoria del mondo. In bocca al lupo a Giugno, al suo carretto pieno zeppo di pacchi e di scatole chiuse, al peso dell'aspettativa che sempre (giustamente) lo precede. Mentre piano piano il diamante viene sollecitato dalla luce e rivela nuove sfaccettature, dapprima ipotizzabili ed ora verificabili (o falsificabili, avrebbe detto Popper). E forse la verità è proprio qui, a portata di mano. E che possa al più presto fare un bagno al mare: non importa quale mare sia, basta che sia acqua, spiaggia, sabbia, sole e sale! A presto, ciao! May 29 Caro Moratti, cacciare Mancini per Mourinho è una follia: se ci fosse stato Facchetti, non l'avrebbe mai fatto Riporto un'interessante pagina riguardante le turbolenze della danza delle panchine in Serie A. E' ben noto che non sono affatto interista, tutt'altro, ma quando dal calcio derivano significazioni che sforano sul piano professionale ed umano, penso che sia giusto prendere posizione. Ecco l'articolo.. di Franco Rossi Cari nemici e amici,mentre sto scrivendo questo articolo (cono le
due della notte fra martedì e mercoledì) nel sito dell’Inter, vanto e
orgoglio della società nerazzurra non è apparsa la notizia dell’esonero
di Mancini.C’è un motivo per il quale i tanti esperti della
comunicazione che ci sono all’Inter hanno deciso di ignorare quel che
stampa, radio e tv hanno già anticipato verso le 17 di ieri martedì 27
maggio?E’ vero che un presidente ha il diritto di mandar via un
allenatore se non è soddisfatto del lavoro svolto e prenderne uno che
reputa più bravo, ci mancherebbe altro…E’ vero che la follia nerazzurra
è capace di tutto, a cominciare da un direttore generale che un minuto
dopo dice che la conferma dell’allenatore è certa all’80 per cento per
finire a un dirigente che lunedì 26 maggio telefona a Mancini parlando
di calcio mercato, di esterni da acquistare in una presa in giro senza
precedenti, ma a tutto dovrebbe esserci un limite.E’ vero che qualcuno,
nel goffo tentativo di coprire la follia di Moratti che Moratti ha
deciso di ricostruire l’Inter: a colpi di piccone, mette in giro la
voce che l’esonero sia dovuto a un sondaggio fatto presso alcuni
giocatori, con a capo Ibrahimovic che volevano la testa
dell’allenatore.E’ vero invece che prima della partita di Parma, quella
decisiva, Mancini chiese a Ibra: “Zlatan, fammi mezz'ora”.E’ vero che
lo stesso Ibra al momento giusto disse: “Mister, non si preoccupi,
entro e vinco lo scudetto”.E’ vero che Figo lunedì ha detto: “O va via
Mancini o vado via io”, ma è altrettanto vero che una società seria a
un giocatore che si permette di dire una cosa del genere fa una
telefonata e lo licenzia in tronco.E’ vero che con Facchetti, uno che
della correttezza aveva fatto una regola di vita, tutto questo non
sarebbe successo.E’ vero che la gelosia di Moratti che vuole essere
sempre al centro del palcoscenico ha prevalso su tutto e tutti.E’ vero
, infine, che Mourinho non ha la necessità di sentirsi al centro del
palcoscenico perché è convinto di essere lui il teatro…Ieri, martedì 27
maggio, la farsa si è consumata. Quindici minuti, forse sedici di
colloquio, per chiudere nella maniera più assurda quattro anni di
convivenza.Mi spiace, ma devo mandarti via…Deve? …Direi che vuole…Non
hanno parlato di soldi, non c’era nemmeno il tempo, non è vero, come
dicono alcuni collaboratori di Moratti, che c’è stato un accordo con
Mancini per la liquidazione.L’Inter pagherà regolarmente cinque anni di
contratto a Mancini, circa trenta milioni di euro netti e lo stesso
Mancini sarà libero di accasarsi da domani senza dover rinunciare
nemmeno a un euro.Massimo Moratti non è riuscito a festeggiare lo
scudetto del centenario nemmeno per un minuto e travolto e stravolto
dal complesso di Erostrato ha cacciato l’unico allenatore che era
riuscito a dare una dignità sportiva ed etica a questa società.Ho
sentito Mancini al telefono dopo che era uscito da una delle case di
Moratti (quella di Via Serbelloni), naturalmente era dispiaciuto ma non
ha voluto commentare l’esonero.Non solo per la sostanza, ma anche per
la forma…Ma quando dopo Inter – Liverpool disse testualmente: “Credo
che a fine stagione non sarò più l’allenatore di questa squadra”, aveva
perfettamente ragione.Moratti aveva contattato Mourinho a novembre in
un albergo di Londra e i visitatori di questo sito ne erano venuti
subito a conoscenza.Nella storia del calcio italiano non si era mai
visto esonerare un allenatore dopo tre scudetti di fila, senza contare
qualche coppa Italia e supercoppa di Lega.In passato Moratti ha sempre
fatto cose che hanno favorito Juve e Milan, dall’ingaggio di Lippi alla
cacciata di Ronaldo, dalla cessione di Cannavaro a quelle di Seedorf e
Pirlo e sorge spontanea una domanda dopo l’esonero di Mancini: a chi
giova?All’Inter no di sicuro… Al di là della luna, o "De speculis" La linea epistemologica che si è venuta affermando negli ultimi decenni ha formalizzato un andamento della conoscenza e dell'apprendimento strutturato non per mezzo di un piano "continuum", bensì tramite ripetute interruzioni, reiterati strappi che hanno portato (e portano tutt'ora) all'evoluzione della specie, potremmo dire. La conoscenza non progredisce seguendo una linea graduata, ma al ritmo di lacerazioni improvvise. Risulta dunque legittimo riproporre questo schema anche per le mie piccole nugae. In effetti la lucidità vera è un trauma momentaneo, uno sprazzo abbagliante che non passa senza lasciare il segno. Capita a volte che anch'io faccia capolino al di là della luna, per scorgere qualche verità nascosta, per sondare un cielo nuovo e una terra nuova, per ripulire e sgrassare l'immenso specchio che mi e ci circonda. Chè il mondo intero non è altro che il nostro riflesso più o meno opaco, una lastra spropositata che ci tempesta senza tregua di immagini di noi stessi. E guardando l'altro non lo vediamo veramente, ma vediamo solo ciò che noi pensiamo dell'altro, vediamo il nostro riflesso sull'altro. Lo specchio è immenso davvero. E mi piace pensare che da qualche parte, un pò come marchio di fabbrica, vi siano incise le parole "Vi Veri VeniVersum Vici" (cfr. il film "V per Vendetta"), ovvero "con la forza della verità ho vinto l'universo". Parole quasi profetiche, che celano al loro interno la chiave per fuggire dall'argentata prigione sulla quale sono impresse. Si, perchè l'immenso specchio è immenso, ma non infinito. Ciò significa che possiede anch'esso dei confini, che è soggetto a limiti.. che lo specchio non è la realtà ultima. Un virtuoso viaggiatore, capace di brandire nella destra la "forza della verità", sarebbe in grado di sfondare i muri di vetro e respirare l'aria nuova del mondo lunare. Si farebbe una bella boccata d'etere, in effetti, di quell'elemento che culla i corpi incorruttibili in una placida e beata sonnolenza. Perchè gli specchi sono tanti, sono innumerevoli, sono uno per ciascuno di noi. A vederli da fuori, però, appaiono come tante sferette metalliche: già feci riferimento ad un'immagine simile, riferendomi all'attrazione polare che le sferette subiscono venendo attratte da punti focali. Ognuno di noi abita la sua sfera, e non può uscire di casa finchè non riesce ad imbracciare "la forza della verità", unico potere in grado di liberarlo davvero. Ed anche a me è capitato di fare capolino al di là della mia sferetta: sia chiaro, non che io abbia padroneggiato "la forza della verità", poichè altrimenti non starei neanche qui a scrivere. Ma è un bagliore, un lampo, quanto basta a far intravedere la shape di ciò che ti circonda. (E ci si ricordi di T.S. Eliot e dei suoi "Hollow Men", che erano propriamente "shape without form, gesture without motion"). E' anche l'ormai noto Montale di una delle poesie a me più care, quello che riesce a vedere "compiersi il miracolo" al di fuori dell'"inganno consueto": il raggiungimento, anche solo per un attimo, di un belvedere cosmico dal quale osservare ugualmente gioia e tristezza, menzogna e verità, per riuscire a piangere davvero per l'anima del mondo. E' anche l'illuminazione orchestrata da Joyce, è l'"epifany" che scorre attraverso tutti i "Dubliners". Sono le parole del pensiero di Gabriel in "The Dead", che rompono uno specchio anche troppo lucido ed abbagliante, con le cui schegge può solo ancora ferirsi: "It hardly pained him now to think how poor a part he, her husband, had played in her life." Di ritorno dall'other side of the moon, un'impressione fotografata come ricordo: laddove la spirale pare terminare, una nuova spirale la prende e la porta con sè. Non si finisce mai di conoscere e di imparare. Così come di amare e di crescere, chè conoscere-amare e imparare-crescere son due gran belle accoppiate! :) Have a nice day! May 27 E poi...Questa settimana non inizia sotto i migliori auspici: sveglia tardi (per me), impegni che si sovrappongono, un ostinato silenzio che mi divide dal mondo che conta. Burarum.. burarum.. Il serpente si raggomitola sordo tra le mie viscere, acciambellato come un orribile animale domestico. Non un bel lunedì, insomma. E poi.. Poi kabum! "Nel dolce tempo de la prima etade", subito le stagioni e soprattutto la "presente e viva e il suon di lei" ritornano qui a farmi compagnia: ed è una sensazione piena di ogni suono, colore e profumo.. I profumi! Niente mi accende l'animo sulle frequenze dell'estate più dei profumi giusti al momento giusto: da quelli domestici a quelli dei fiori e delle siepi sotto casa, da quelli che non sono propriamente profumi ma vanno bene lo stesso a quelli davvero unici, che trasudano "un'aria d'altro luogo, d'altro mese, d'altra vita". E' semplicemente l'aria ad essere profumata, specie quella della sera, quando i finestrini non esistono e l'aria, che forse è ancora troppo fresca per andarci in giro a maniche corte ma forse anche no, ti accarezza e ti abbraccia ad alte velocità.. E le puntate di caldo hanno restituito debita dignità anche alla freschezza dell'ombra e delle cantine, dove il tempo resta ancora attaccato a temperature più basse.. Ahh, come scendi invocata, Estate! E nel finale d'opera un'ulteriore pezzo pregiato: la constatazione che non tutti i passati sono fatti per essere riposti sugli scaffali a raggranellar la polvere, ma che alcuni hanno la facoltà di tornare presenti qui ed ora, magari aspettando ed esercitando la pazienza. Diversi sono i generi di passato: c'è quello che non vuole passare, quello che non dura che qualche giorno, quello che gira gira e poi torna semplicemente alla base senza fare troppo rumore, con lo stesso fragorio di una filo d'erba che cresce. Perchè "come la pioggia e la neve scendono giù dal cielo e non vi ritornano senza irrigare e far germogliare la terra, così ogni mia parola non ritornerà a me senza operare quanto desidero, senza aver compiuto ciò per cui l'avevo mandata.. ogni mia parola.." ed è bello credere che ogni tanto questo succede. :) Già qui, anche se è praticamente impossibile capirlo, si scorge qualche seme di diamante: e la pianta che ne deriverà sarà quantomeno altrettanto adamantina, così come di diamante saranno i suoi frutti più discussi e più prelibati.. 'notte! May 26 Uno, nessuno e centomila - Discorso sul metodo (o sulla strada) "I've chosen my path. Who will walk it with me?" Così diceva Eladamri, Signore delle foglie. Così ripeto anch'io, poichè una volta che le conclusioni si attestano con tale chiarezza nella mente è bene capacitarsene e manifestarlo quanto prima. "Ho scelto la mia strada". A ripensarci fa un pò effetto, ma non troppo. E' di certo più benedizione che non maledizione, una constatazione limpida e schietta che ogni tanto non necessita di spiegazioni arzigogolate. Ho scelto una strada a specchi, sfaccettata come il diamante e forse altrettanto resistente e refrattaria. Guardi il diamante e lo vedi unico, poi la luce gira e le facce diventano centomila, fino a quando il lume tace ed il diamante scompare con esso. E' una strada resistente, perchè checchè se ne dica è un modello di vita, una filosofia pragmatica che si autosostenta, sugge la linfa vitale dalle fondamenta che la sostengono e risulta quindi tenace e caparbia contro qualsiasi offesa che provenga dal mondo. Ed in questo si cela anche l'altro suo carattere: è una strada refrattaria, il prezzo da pagare per mantenersi coerente con se stessa. Il mondo di fuori non esiste, bensì esiste solo il mondo visto da qui, inquadrato dall'angolo visuale di questa piccola monade che ne occupa l'esatto centro. In questo modo la torre d'avorio è diventata una strada di diamante, la mia strada. Mi scopro a dover battagliare contro i colpi di Fortuna che tanto avevano angustiato altra gente, costretto a dover esercitare (almeno a livello concettuale) un rigido controllo ed una severa censura di tutto quello che Fortuna mi pone dinanzi. Perchè i segni vanno interpretati come legittimi (anche se a volte non riconosciuti) figli del loro tempo, ma spesso questa interpretazione viene sottomessa ad altre letture di più ampie vedute. Ecco, dunque, quello che resta: per me filosofare è vivere, e, allo stesso modo, vivere è filosofare, come disse già qualcun'altro. Questa è la strada che ho scelto. Non ci si stupisca, dunque! Mi nutro del pensiero e dal reale astraggo i dati per l'universale, la mia vita è questa qui! Questa è la strada che ho scelto, e l'ho scelta con cognizione di causa, pienamente consapevole di quello che sarebbe significato. Ma ora questa è la mia strada, e anche spingendo lo sguardo verso l'orizzonte ed oltre, non riesco ad intravedere nulla per cui valga la pena tornare sui miei passi: queste saranno le mie armi, con queste combatterò la buona battaglia (spero)! Sempre con i piedi per terra e con la testa fra le nuvole... May 23 Io sto troppo avanti. Archiviato oggi, con l'ultimo esonero scritto di linguistica, un anno di lezioni accademiche: lungi da me il bilancio, chè la verifica piena la si può intraprendere soltanto restando in sovrumano silenzio dinanzi al tribunale del Tempo. Crono, il nostro amico Crono, che c'è ma non si vede, che scandisce l'intera nostra vita, che regge il corso degli eventi ed è l'unico depositario del mistero minore. Già. Perchè Crono è il più grande tra i più piccoli, è il limite che tende all'infinito: e di conseguenza, il più piccolo tra i Grandi è di certo a lui maggiore. Ma questa sua grandezza relativa è sufficiente ad attribuirgli la paternità (senz'altro adottiva) del mistero dell'evoluzione, della mutevolezza dell'essere, del panta rei, della fisiologica puntualità con la quale sempre si susseguono seme, fiore e frutto. E Crono è un padre geloso. Il Tempo ha la stessa consistenza del sonoro fratello Vento: entrambi cambiano le cose, mutano le sostanze, sovvertono mondi reali e immaginari.. eppure essi non hanno sostanza propria, non vivono se non per farlo in simbiosi con l'oggetto del loro agire. Misuriamo il Tempo ed il Vento in base ai loro effetti tangibili e umanamente classificabili (un pò come accade per i terremoti), ma ci fermiamo alla quantità non riusciamo a penetrare il mistero della qualità. Dove stiamo andando, in realtà? Tutto questo agrodolce sermone mi ha magistralmente introdotto in medias res, nel vivo di quella riflessione che mi spinge (coi suoi piedini ancora fragili) dal di dentro della testa.. Tante idee mi sono balenate dentro, tanti sprazzi mi hanno attraversato il cranio in questa settimana. Dapprima pensavo ad un vero e proprio "discorso sul metodo": e l'avevo anche strutturato bene, compiuto, preciso, possibile. Ma forse sarà per un'altra volta. Chè adesso è un'altra l'implicatura che sillogisticamente s'impone all'attenzione, ed è un'implicatura lampante. Non esiste nulla di normale al di là delle stranezze del particolare. Lo so, ne sono sicurissimo. Il normale non esiste, è un'invenzione metafisica e la metafisica non può essere una scienza, come diceva I.K.. Ogni caso particolare, qualsiasi punticino preso per sè, non corrisponde ad alcuno schema già elaborato. L'unica normalità risiede nell'essere, al contrario, diverso da tutto il resto, imprevedibile, strano, inconcepibile, fuori dalla norma, fuori dal coro, impossibile, troppo strano per essere vero. Perchè alla fine ti stanchi del metodo deduttivo, e in quel momento il metodo induttivo torna a farsi più suadente che mai: e ti ammalia, ti convince che da quel particolare puoi ricavare il tutto, l'universale, che puoi osservare il mondo intero anche restando chiuso in casa limitandoti a guardare dal buco della serratura. Ma i fatti parlano chiaro. Me lo sono sentito ripetere diverse volte negli ultimi periodi, ora è il caso che lo dica anch'io. I fatti parlano poichè dicono a tutti la stessa cosa. Il problema è che poi ognuno vorrebbe sentirsi dire quello che vuole lui o lei, e quindi pare che i fatti siano equivocabili. Ma questo è sbagliato. I fatti parlano con l'evidenza della realtà, e di fronte alla realtà bisogna chinare il capo, volenti o nolenti. Non al modo di H., per il quale tutto ciò che è è ciò che deve essere, per il quale tutto è legittimo e giustificato, non al suo modo.. Al modo, invece, di essere gelidamente lucidi e consapevoli nel confronto con la realtà. E la realtà mi ha parlato così, mi ha detto che il normale è una convenzione. Molto curioso.. diciamo "normale" ciò che è sostenuto dalla consuetudine, ed a sua volta anche il "normale" è diventato una consuetudine convenzionale, fittizia, arbitraria, metafisica. Giungo così in limine memoriae (questa espresione mi piace proprio tanto) arrivando all'ultimo conceit da enucleare. Io sto troppo avanti. Chiaro, parla da sè. Inutile dire che non vuole costituire un'autodichiarazione di mia superiorità nei confronti del mondo intero, ci mancherebbe altro. Resta il fatto che io sto troppo avanti. Troppo avanti. Troppo. Quando una cosa è "troppa" non è mai un bene. Il troppo storpia. Troppo è solo il male. Troppo da l'idea di un abominio, di un'aberrazione. Significa che non mi trovo dove dovrei, che il mio posto non è questo. O forse no.. Cambio punto di vista: visto che io sono "qui", questo troppo non è troppo per me, chè se fosse stato davvero troppo per me non lo avrei retto. Troppo. Troppo avanti. Avanti. E' un vero avanti? Verso dove? Quanti avanti esistono in tutto? Quante sono le strade? So per certo che c'è una strada, che è quella dove mi trovo, quella dove sono sia "troppo" che "avanti" che "troppo avanti". E' il minimo che l'onestà intellettuale mi permette di concepire. Ma a cosa può essermi utile questa strada? Non voglio sapere dove mi conduce, voglio solo capire quanto è larga e percorribile. Sto troppo avanti, quello che ho visto e che vedo tutt'ora certa gente neanche se lo immagina. E chi sta meglio e chi peggio? "..Ma è già l'ora di andarsene, io a morire, voi a vivere; chi dei due però vada verso il meglio, è cosa oscura a tutti, meno che al dio.." (Platone, Apologia di Socrate, commiato) "..e l'immortal capo accennando
piovea dai crini ambrosia su la Ninfa,
e fe' sacro quel corpo e la sua tomba.." Buonanotte! May 20 Le fioche luci lontane Le labbra strette sul cannello d'ambra della pipa, la barba schiacciata contro la gorgera d'ametiste, gli alluci inarcati nervosamente nelle pantofole di seta, Kublai Kan ascoltava i resoconti di Marco Polo senza sollevare le ciglia. Erano le sere in cui un vapore ipocondriaco gravava sul suo cuore. - Le tue città non esistono. Forse non sono mai esistite. Per certo non esisteranno più. Perchè ti trastulli con favole consolanti? So bene che il mio impero marcisce come un cadavere nella palude, il cui contagio appesta tanto i corvi che lo beccano quanto i bambù che crescono concimati dal suo liquame. Perchè non mi parli di questo? Perchè menti all'imperatore dei Tartari, straniero? Polo sapeva secondare l'umor nero del sovrano. - Si, l'impero è malato e, quel che è peggio, cerca di assuefarsi alle sue piaghe. Il fine delle mie esplorazioni è questo: scrutando le tracce di felicità che ancora si intravvedono, ne misuro la penuria. Se vuoi sapere quanto buio hai intorno, devi aguzzare lo sguardo sulle fioche luci lontane. Italo Calvino, "Le città invisibili" Venezia Dopo il tramonto, sulle terrazze della reggia, Marco Polo esponeva
al sovrano le risultanze delle sue ambascerie. D'abitudine il Gran Kan
terminava le sue sere assaporando ad occhi socchiusi questi racconti
finchè il suo primo sbadiglio non dava il segnale al corteo dei paggi
d'accendere le fiaccole per guidare il sovrano al Padiglione
dell'Augusto Sonno. Ma stavolta Kublai non sembrava disposto a cedere
alla stancheza. - Dimmi ancora un'altra città, - inisteva. - ... Di là l'uomo si parte e cavalca tre giornate tra greco e levante... - riprendeva a dire Marco, e a enumerare nomi e costumi e commerci d'un gran numero di terre. Il suo repertorio poteva dirsi inesauribile, ma ora toccò a lui arrendersi. Era l'alba quando disse: - Sire, ormai ti ho parlato di tutte le città che conosco. - Ne resta una di cui non parli mai. Marco Polo chinò il capo. - Venezia, - disse il Kan. Marco sorrise. - E di che altro credevi che ti parlassi? L'imperatore non battè ciglio. - Eppure non ti ho mai sentito fare il suo nome. E Polo: - Ogni volta che descrivo una città dico qualcosa di Venezia. - Quando ti chiedo di altre città, voglio sentirti dire di quelle. E di Venezia, quando ti chiedo di Venezia. - Per distinguere le qualità delle altre, devo partire da una prima città che resta implicita. Per me è Venezia. - Dovresti allora cominciare ogni racconto dei tuoi viaggi dalla partenza, decrivendo Venezia così com'è, tutta quanta, senza omettere nulla di ciò che ricordi di lei. L'acqua del lago era appena increspata; il riflesso di rame dell'antica reggia dei Sung si frantumava in riverberi scintillanti come foglie che galleggiano. - Le immagini della memoria, una volta fissate con le parole, si cancellano, - disse Polo - Forse Venezia ho paura di perderla tutta in una volta, se ne parlo. O forse, parlando d'altre città, l'ho già perduta a poco a poco. Italo Calvino, "Le città invisibili" May 18 L'essenza Io sono il Divertimento: non quello convenzionale, ma quello di Pascal, il "divertissement", anche se neanche questa accezione mi ricompone completamente. Ma l'impressione, che è l'intuizione, che è il tutto, è quella lì. E guai a relegare l'impressione nella voliera dorata del casuale e dell'occasionale: probabilmente la sua verità respira profondità per noi ancora inconoscibili. Non è ancora tempo, e forse non lo sarà mai! Qui di seguito un "gustoso" (avrebbe detto Di Pilla) estratto dal Thomas Moore poeta, essenzialmente per la figura del "bird" che vola "above all low delay" dove "nothing earthly bounds her flight" nè "shadow dims her way":
The bird let loose in eastern skies, When hastening fondly home, Ne'er stoops to earth her wing, nor flies Where idle warblers roam; But high she shoots through air and light, Above all low delay, Where nothing earthly bounds her flight, Nor shadow dims her way. So grant me, God, from every care And stain of passion free, Aloft, through Virtue's purer air, To hold my course to thee! No sin to cloud, no lure to stay My soul, as home she springs;-- Thy sunshine on her joyful way, Thy freedom in her wings! May 17 Dalla lettera di san Giacomo apostolo Dalla lettera di san Giacomo apostolo
Fratelli miei, non vi fate maestri in molti, sapendo che noi riceveremo
un giudizio più severo, poiché tutti quanti manchiamo in molte cose. May 14 Quello che (non) ho detto Ahh, Maggio! Ho scoperto di amare decisamente questo mese,
probabilmente perchè è il primo nel quale l'estate ci dona
incoraggianti segnali d'arrivo! "Anyway the wind blows", diceva qualcuno, e con il soffiare del vento continuano a susseguirsi i motivi che hanno fatto la storia di una vita. Ma prima un (doveroso) aggiornamento. Negli ultimi tempi ho terminato la lettura delle Cronache di Narnia: carino, molto ben fatto, sarà che la vicinanza e l'amicizia con Tolkien non sono passate senza lasciare reciproca traccia. E consequenzialmente è iniziata una nuova lettura, "L'uomo che ride" di Victor Hugo: un titolo che mi aveva sempre affascinato, sin dal giorno in cui il caro Tom ce lo citò a lezione attribuendone la fattura a Pirandello (o forse faceva riferimento ad un'opera simile: fatto sta che ormai non posso più verificarlo). Un libro, questo, che promette molto bene, che ha il respiro del grande classico sin dalla primigenia impostazione. Molto bene, dunque. E poi c'è lo scritto, lo scrivere, la scrittura restituita alla sua veste natìa, allo scorrere del'inchiostro a macchiare le pagine impallidite, nel suo vero senso espressivo. Potrei provare a riproporre qui brani di quello che ho scritto nella Moleskine (grazie ancora ai cari animatori, a proposito!), ma non sarebbe rispettoso dell'itimità con la quale quelle parole hanno visto la luce. Un'intimità particolare, tra l'altro, perchè sbocciata ieri stesso su un sedile di un treno che abitualmente non mi appartiene, del quale so la tratta pur non conoscendola, tra profumi nuovi ed antichi ed un asfissiante viavai di maschere mascherate da persone. Ed allora comunico qualche impressione a questo proposito, poichè nulla cade a caso e nulla avviene senza mutare ciò che lo circonda. "..non a caso cadono le foglie di Lorién.." ed ancora "Come la pioggia e la neve scendono dal cielo e non vi ritornano senza avere irrigato la terra, senza averla fecondata e fatta germogliare ... così sarà della parola uscita dalla mia bocca: non ritornerà a me senza effetto" Mi è sembrato evidente che un conto è scrivere agli altri e un conto è scrivere a se stessi. Sarà stupido, ma finchè non l'ho provato non me ne sono convinto. Perchè tutto sommato penso che ci sia bisogno di parlare con noi stessi e di farlo "da soli", de visu, senza mezzi interposti di sorta. Mi sono detto tante cose che altrimenti non avrei mai potuto scrivere, ho scritto parte di tutto "quello che (non) ho detto", e facendolo presente a me stesso ho forse avvicinato la via per poterlo esternare anche al di là di me stesso. Probabilmente è questa la dialettica di cui abbisognavo, perchè in fondo la prima parte della triade Fichtiana (poi Hegeliana in simili termini) è proprio l'affermazione dell'"io": ma non è forse attraverso un'ulteriore "triade" che passa proprio l'affermazione in questione? Perchè per trovarsi è necessario perdersi, discendere per risalire, cadere nel caos per riuscire a ritrovare la via dell'equilibrio. Ed a questo proposito non posso non far menzione (debitamente controllata) delle reciproche consolationes che mi sono scambiato dopo cena con il buon Matteo, qui a Perugia. La sua testimonianza mi ha dimostrato che siamo in diversi ad essere filostrati (per rammentare il Boccaccio rammentato da Chaucer), la sua esperienza mi ha dato stimolo ad essere più convinto ancora di quello in cui credo ed ho sempre creduto. Un pò come il Mazzini raccontatoci sempre da Carlo, quell'uomo che esce dalle crisi e dai momenti di prova ancora più certo di quanto lo fosse prima, sulle ali di una frase che suonava più o meno così: "per raggiungere un alto obiettivo sono necessari alti sacrifici". Ed è qui che, come i fantasmi delle persone più care che si materializzano dalla bacchetta di Harry nel momento della prova (guarda caso) contro Voldemort nel quarto libro, tornano a farsi presenti il Manzoni squisitamente maestro di fede, la stessa Speranza cristiana (che è certezza di futuro, e non pallida possibilità dell'avvenire), i riflessi ambrati di un'età dell'oro inghiottita dal tempo e dallo spazio ma in qualche modo sempre viva grazie al suo suadente tintinnìo.. ".. e mi sovvien l'eterno / e le morte stagioni, e la presente / e viva, e il suon di lei.." ..e quale sarà quella viva? La storia, come insegna Vico, pare articolarsi in continui corsi e ricorsi, proponendoci revisioni sempre curiose. Come è curioso il fatto che diverse entità debbano abbandonare la loro natura per riuscire a "trovarsi" davvero: sulla corta e aggrappata Via della Stella (nome pittoresco per la viuzza che mi introduce al piazzale antistante la facoltà e che è "..simbolo del faticoso innalzarsi del pensiero..") ragionavo sul caos e sull'ordine, già richiamati in precedenza. Se il caos desidera conoscere se stesso, non può farlo che tramite il ricorso all'ordine (suo esatto contrario) il che implica un radicale abbandono di sè, un "morire a se stessi", una sostanziale rinuncia alla propria intima identità. E dicevo questo in relazione allo scoprirsi, al gettare luce su quello che è sempre stato avvolto da un'ombra di inerte comodità. Non si tratta di sacrificare la propria coerenza, ma di scorgere dentro i semi che ci appartengono davvero, anche a costo di strapparsi di dosso le cortecce che ci siamo arrotolati col passare del tempo e che abbiamo finito col chiamare "io". Termino tutto questo con un aggancio al domani (transizione che ho celebrato proprio mentre stavo e sto scrivendo): per domani è prevista la relazione del convegno di venerdì scorso intitolato "La cura filosofica", al quale ho partecipato annotando copiosi appunti. Finalmente avrò modo di parlare di Filosofia con la "f" maiuscola, e non di ripetere i miei strascicati andirivieni o (nel migliore dei casi) di riprendere spunti e riflessioni appartenenti a coloro che svolazzano (con presenza più o meno tangibile) dalle mie parti! :) Nel frattempo buonanotte! Ciau! | |||